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L'anno più felice della mia vita |
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“L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955” Curatore – Goffredo Plastino. Presentazione di Martin Scorsese Il Saggiatore, 240 pagine, prezzo € 29 Meraviglioso e delicato, questo libro mi ha emozionato infinitamente. Martin Scorsese Aveva un fisico possente che faceva pensare ad un pugile, più che a un studioso, ed una faccia perfetta per il cinema, un misto tra Paul Newman e Orson Welles, condita dall’aria da figlio di buona donna di Marlon Brando. Ed anche la sua vita, per molti aspetti, potrebbe ritenersi degna di un film. Questo libro – e forse non è un caso che la prefazione sia stata scritta da Martin Scorsese – ripercorre le tappe di un viaggio nella nostra penisola fatto a cavallo tra il ‘54 e il ’55 da Alan Lomax, uno dei padrini dell’etnomusicologia.Iniziato agli studi etnomusicologici dal padre John, appena diciottenne, intorno agli anni trenta – quelli della profonda depressione – prese a girovagare su e giù per il delta del Mississippi, con una macchina sgangherata e un magnetofono in spalla, e a ricercare testimonianze, registrandole, della cosiddetta musica “altra”, quella estromessa dalla nobile tradizione colta, quella mai rappresentata nei santuari del “bel canto” e dei grandi organici orchestrali. La musica popolare; questa andò a studiare Alan Lomax, dopo aver studiato ad Harvard, alla University of Texas ed alla Columbia University. Con la sua ricerca rese celebri musicisti come Jelly Roll Morton – soprannominato l’inventore del jazz – ed il cantante e chitarrista blues Muddy Waters; conferì dignità – coadiuvato dal lavoro di Pete Seeger e Woody Goothrie – alle cosiddette canzoni di lotta e operaie statunitensi, pubblicando la raccolta di canti Hard Hitting Songs for Hard-Hit People (“Canzoni che colpiscono duro per gente duramente colpita”); elaborò, con un gruppo di studio della Columbia University il celebre “Sistema cantometrico”, un criterio di confronto e classificazione delle forme musicali folcloriche correlate alla loro funzione sociale. Svolse la sua attività di ricercatore in tutto il mondo, raccogliendo testimonianze musicali e canti popolari in Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, spingendosi fino ad Haiti, dove contribuì alle ricerche sull’organologia studiando flauti di osso e gusci di conchiglia usati come strumenti aerofoni. E venne anche in Italia, a studiare il folclore e la musica tradizionale assieme a Diego Carpitella ed Ernesto de Martino. Proprio nella musica folclorica della nostra penisola Lomax trovò – per usare un’espressione demartiniana – alcune fra le sue “memorie culturali più care”. Questo libro è appunto uno straordinario ensemble di memorie fotografiche che testimoniano, in ordine cronologico, le tappe di quella straordinaria ricerca sul campo, in assoluto la prima ricerca sistematica sulla tradizione musicale popolare italiana. Il viaggio partì dal profondo sud, fra il vociare aspro delle zampogne e le grida ancestrali dei rituali della tonnara; fra i suoni di ciaramelle che stordivano e le varie forme di tarantella – ballarella, saltarella e tammorriata – che tanto lo avevano colpito; fra pianti di prefiche e donne che ballavano scalze, al ritmo di ragli d’asino intermittenti e chitarre battenti accompagnate da tammorre. Quindi proseguì spostandosi man mano verso nord, verso le forme musicali del settentrione passando per quelle dell’Italia centrale. In Piemonte e Friuli si dedicò allo studio dei canti del lavoro, dove si stordì alla dolcezza delle “corali” della vendemmia e scoprì l’eufonia luminosa di voci femminili sensuali come il vino di collina. Un viaggio durato un anno, che lo stesso Lomax definì, come recita il titolo del libro, “L’anno più felice della mia vita.” Un libro per scoprire il profilo di un esimio studioso – fra i padri indiscussi dell’etnomusicologia – e, nello stesso tempo, per godere, in questo momento storico in cui l’America può rinascere e tornare a sognare, di una delle sue facce più belle e luminose.
Paolo Brama (da www.dazebao.org) |
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E' iniziata la campagna tesseramento 2009 |
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Tutti i mercoledì presso la sede del Circolo - Viale Stazione 5 Casenove - dalle ore 17 alle ore 18
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88 anni dopo, la Rifondazione Comunista |
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| di Paolo Ferrero
Ottantantotto anni fa nasceva a Livorno il partito Comunista d’Italia, sezione dell’internazionale comunista. Dopo la sconfitta del biennio rosso e del movimento di occupazione delle fabbriche, l’incapacità del partito Socialista di dirigere positivamente il movimento di massa veniva sancito da questa rottura. Il movimento operaio italiano non nasceva in quel passaggio, ma li si decise una svolta, si decise il cambiamento del nome: da li in poi, anche in Italia, i rivoluzionari si sarebbero chiamati comunisti. Il cambio del nome nacque dalla necessità di distinguersi dai partiti socialisti. Questi erano stati travolti; prima dall’incapacità di tenere una posizione autonoma dalle varie borghesie nazionali nella gigantesca carneficina che fu la prima guerra mondiale; poi dall’incapacità a definire uno sbocco rivoluzionario alla crisi post bellica. I partiti socialisti si erano rivelati una guida fallimentare per i lavoratori e così, i rivoluzionari, dopo la vittoria in Russia, decisero di segnare nettamente la differenza, addirittura con il cambio del nome. Quaranta anni fa Jan Palach si dava fuoco in piazza Venceslao a Praga per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Quel’invasione, che seguiva di 12 anni l’invasione dell’Ungheria, metteva la parola fine alla primavera di Praga. Chiudeva brutalmente il più importante tentativo di autoriforma avvenuto nei paesi a socialismo reale. I sistemi politici nati con la rivoluzione russa evidenziavano in modo drammatico di essere entrati in contraddizione totale con le aspirazioni che li avevano generati. La speranza di trasformazione sociale che il comunismo aveva portato al punto più alto nel mondo moderno, con una rivoluzione che aveva sovvertito completamente l’ordine sociale, veniva annichilita sotto i cingoli dei carri armati.
Per questo il nostro partito oggi si chiama Partito della Rifondazione Comunista. Perché ci sentiamo in piena sintonia con quei rivoluzionari che assaltarono il palazzo d’inverno e che diedero vita al Partito Comunista d’Italia e perché siamo consapevoli che i sogni e le speranze di quei rivoluzionari sono stati negati, calpestati ed offesi a Praga, a Bucarest come a Berlino nel 1953. Rifondazione Comunista, due termini che si sostengono e si qualificano a vicenda. L’uno senza l’altro perdono di significato, non possono esprimere il senso del nostro progetto,sono muti. Rifondazione Comunista non è solo il nome del partito ma il nostro progetto strategico: rendere attuale il comunismo attraverso il suo processo di rifondazione, che matura e cresce interagendo con le soggettività antagoniste.
Da qui ripartiamo oggi. Nella consapevolezza che gli ultimi tempi il progetto della rifondazione comunista è stato pesantemente attaccato e messo in discussione da chi ha proposto di abbandonare ogni riferimento al Comunismo. La rifondazione senza il comunismo non è l’approdo naturale della nostra storia ma la negazione radicale della nostra ragione di esistenza. La rifondazione senza il comunismo è la pura riedizione dell’occhettismo, cioè l’innovazione senza principi e la perdita di ogni autonomia politica.
Ricordiamo quindi oggi quel lontano 21 gennaio 1921, nella piena consonanza di ideali e di propositi, per proporre il rilancio del progetto della rifondazione comunista. Questo non avviene nel vuoto pneumatico, non avviene nel cielo delle ideologie; avviene nel bel mezzo di una gravissima crisi economica che mostra, una volta di più, il volto distruttivo del capitalismo. Quella in cui siamo entrati è una crisi pesantissima, che durerà a lungo e che cambierà profondamente il nostro modo di vivere. E’ una crisi “costituente” in cui si intrecciano crisi economica, crisi sociale e crisi della politica. Il parallelo storico che salta agli occhi è quello con la Germania della repubblica di Weimar, in cui identità sociali e politiche consolidate si sfaldarono e il disagio e le paure sociali vennero egemonizzate dalla barbarie razzista.
Ricostruire una speranza. Ricostruire un efficace conflitto di classe, forme di solidarietà e di mutualismo, evitare le guerre tra i poveri. Far vivere nel conflitto la lotta per le libertà e per l’eguaglianza. Prospettare una uscita da sinistra da questa crisi, in termini di intervento pubblico per la ristrutturazione ambientale e sociale dell’economia e di redistribuzione del reddito e del potere. Queste sono le sfide a cui dobbiamo saper rispondere nella costruzione dell’opposizione. Non si tratta di proseguire come ieri. Rifondazione Comunista non si salva conservandola ma spendendola nella capacità di dare una risposta alla crisi, sommando spirito unitario e determinazione, nella forte sintonia che ci lega alle esperienze latinoamericane. Il Partito Comunista Italiano seppe costruire il suo ruolo e la sua ragion d’essere politica nella lotta partigiana, nell’abbattimento del regime fascista e nella costruzione della democrazia in Italia. Noi oggi vogliamo rilanciare il nostro progetto di rifondazione comunista nella capacità di dare una risposta, in basso a sinistra, a questa crisi. | |
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Calamità politica o calamità naturale? |
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Esprimiamo il più profondo cordoglio e la vicinanza ai familiari delle vittime della frana caduta sulla Salerno-Reggio Calabria. Chiediamo verità e la vogliamo in fretta per rispetto delle vittime e delle loro famiglie. Si accertino immediatamente le responsabilità, soprattutto di chi ha il compito di garantire la sicurezza sull’autostrada A3. Anche in questa tragica occasione intendiamo ribadire con chiarezza che è ora di finirla di attribuire la responsabilità di ciò che accade agli eventi atmosferici ed alle calamità naturali. Per quanto ci riguarda, queste infinite stragi sono il risultato delle politiche neoliberiste e neocapitaliste, oggi in forte crisi, che ritengono l’ambiente che ci circonda, esclusivamente, una risorsa da rapinare, costi quel che costi. Per queste ragioni è corretto definire ciò che è accaduto, e che accade oramai più spesso, una "calamità politica" e non "naturale", perché nel corso di questi anni la gran parte delle forze politiche, che oggi si affrettano ad esprimere solidarietà, le hanno fatte proprie. La "strage di Soverato”, continua a non insegnare nulla. Spenti i riflettori, tutto continua come prima. Continueremo a contare i morti in una terra, che correttamente lo scrittore Giustino Fortunato definì “uno sfasciume pendulo sul mare” Si dichiara lo “stato di calamità naturale”, ritenendo che la messa in sicurezza del territorio si ottiene attraverso una logica risarcitoria. Per intenderci interventi urgenti e risorse adeguate per l'emergenza e la programmazione del ripristino e della messa in sicurezza delle zone interessate. Il contrario di una politica di risanamento e qualificazione ambientale e urbana, unica in grado di garantire maggiormente la sicurezza. Canali, torrenti, fiumi e frane continuano a rappresentare un pericolo perché, chi deve intervenire, la Regione Calabria, non lo fa. Il degrado ambientale, nella nostra regione, regna sovrano. Scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti, gli incendi estivi, sono la rappresentazione di questo degrado. Quanto sta accadendo in questi giorni è un vero atto d'accusa nei confronti non di una classe dirigente, ma di un ceto politico attento solamente ad autoconservarsi ed autoriprodursi.
Pino Commodori Componente del Comitato Politico Nazionale
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Lieberman: "Buttiamo due bombe atomiche" |
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"Gaza dovrebbe essere cancellata dalle carte geografiche. Hamas si merita lo stesso trattamento che ebbero nella seconda guerra i giapponesi. Lanciamo due bombe nucleari come quelle di Hiroshima e Nagasaky, tanto Israele ne possiede 400." A pronunciare queste parole non è uno psicopatico, ma Avigdor Lieberman, presidente di Yisrael Beitenu, il quinto partito politico di estrema destra in Israele, che dimostra da sempre una spiccata ispirazione all'odio razziale contro i palestinesi. E così mentre a pochi chilometri di distanza da Tel Aviv i morti continuano a salire uccisi da ogni tipo di arma, Lieberman tiene i suoi discorsi all'Università di Bar-Illan e propone soluzioni al conflitto. In un paese che si riconosce nella democrazia un partito del genere dovrebbe essere bandito immediatamente e il suo leader rinchiuso in un manicomio. Invece succede che quest'uomo continui a racimolare consensi. Nel frattempo da alcune ore è partita quella che Olmert aveva definito la terza fase. L'esercito israeliano è entrato a Gaza City e prende di mira casa per casa, strada per strada. Nella zona est e nord della città si sono registrati scontri con i miliziani di Hamas, molti dei quali sono morti durante i combattimenti. Il panorama a Gaza è quello di una distruzione totale, come se si fosse scelta la tremenda opzione militare di eliminare completamente il milione e mezzo di palestinesi che risiedono nella Striscia. Un vero e proprio massacro, un genocidio. I morti sono 1.009 e i feriti sono quasi 4.500. La Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa Palestinese hanno denunciato le difficoltà che incontrano per raggiungere i feriti, perchè le bombe arrivano dall'aviazione, dalle navi e dalle truppe di terra. Dopo 18 giorni la situazione è arrivata al collasso totale. L'allarme lanciato dalle organizzazioni sanitarie riguardano anche l'uso delle armi non convenzionali, come quelle al fosforo, riconoscibili attraverso le ferite riportate dai corpi straziati. Ban Ki-Moon segretario generale delle Nazioni Unite parte per il Medio Oriente nel tentativo di far applicare la risoluzione chiesta dall'Onu, la 1860 che chiede a Israele di cessare immediatamente le ostilità e permettere agli aiuti umanitari di entrare nella striscia di Gaza. Ban Ki-Moon parteciperà anche all'incontro della Lega Araba e incontrerà il premier israeliano. "Il mio messaggio e' semplice- ha ribadito il segretario -e va dritto al punto: i combattimenti devono cessare. E' morta troppa gente e troppe sofferenze sono state inflitte alla popolazione civile". Matteo Alvisi su http://www.dazebao.org |
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